Che cos’è la Radiestesia

La Radiestesia è la sensibilità psichica alle radiazioni emesse da ogni cosa (sia essa un corpo, una sostanza o un essere vivente). Il radiestesista, o il rabdomante[1], è quindi una persona dotata di una speciale sensibilità (che può essere risvegliata e sviluppata con l’allenamento), capace di mettersi in contatto psichico con le fonti emittenti queste radiazioni o fluidi. Questo fenomeno era già noto agli antichi cinesi, egiziani e romani che facevano dei pronostici in base ai movimenti del pendolino.

La spiegazione del fenomeno rabdomantico

Prima di passare all’aspetto pratico e sperimentale della radiestesia, per qualcuno può essere interessante ripercorrere brevemente la storia di alcune dispute fra autorevoli autori, in merito alla spiegazione del fenomeno rabdomantico, a partire dal 1500, fino all’età moderna.

Uno dei primi a scrivere sull’argomento fu il medico tedesco Georg Agricola (1494–1555) che, nel suo trattato De re metallica (1556), scrive delle vene sotterranee metallifere e delle esalazioni calde e secche emananti dai metalli, tanto forti da far annerire gli alberi e le erbe soprastanti, da contorcere i rami e impedire la formazione della brina. Questa influenza spiegherebbe, secondo Agricola, le singolari proprietà della virgula furcata, una bacchetta di legno ritenuta capace di scoprire le miniere, delle quali indicherebbe l’esistenza muovendosi per l’attrazione esercitata dalla vis venarum. La forza delle venature, sarebbe quindi all’origine del movimento della bacchetta, così come nei fenomeni magnetici, la forza che scaturisce dal magnete attrae il ferro.

Un anno dopo Gerolamo Cardano (1501-1576) scrive nel De rerum varietate (1557) che il segreto per scoprire le miniere d‘argento è la tenuis virgola dello stesso metallo, senza tuttavia darne una spiegazione. Cardano conferma così l’opinione sulle “similitudini” attribuita a Paracelso (1493-1541) secondo il quale il nocciolo, che cresce sulle vene d’argento, si dirige naturalmente ad esse.

Il dibattito sulla realtà e sulla natura e i poteri della bacchetta, ritenuta capace, nelle mani di alcuni uomini, di individuare vene metallifere e miniere sotterranee, così come di smascherare ladri e assassini, era destinato a proseguire fino alla metà del Settecento.

Un secolo dopo infatti è il padre Atanasius Kircher che nel Magnes sive de arte magnetica (1641), richiamando le opinioni di Agricola e di Paracelso, affermerà che non vi è dubbio riguardo l’emissione continua di “aliti” da parte delle miniere sotterranee e della similitudine fra le piante e la qualità dei metalli:

le piante, per una qualità metallica, si imbevono delle continue esalazioni dei monti, ed hanno una certa similitudine con quei metalli, sulle cui vene crescono[2]

In questo scritto il Kircher propone l’ipotesi per cui i movimenti della bacchetta, sono dovuti a contrazioni muscolari involontarie. La conferma definitiva di questa ipotesi avvenne nel 1854. In quell’anno, infatti, l’Accademia delle Scienze di Parigi, incuriosita dal fenomeno, nominò una commissione per esaminare l’argomento. Il rapporto di tale commissione fu affidato a Chevreul che, alla fine, compilò il lavoro fondante sul quale si basarono gran parte degli studi successivi.[3]

Sempre alla fine del Seicento il fenomeno della rabdomanzia costituisce l’argomento esclusivo di un trattato dedicato alla fisica occulta[4] da parte di Pierre Le Lorraine, abate di Vallemont (1649-1721), il quale, per quasi un mese, ha osservato, due ore al giorno, il comportamento di Jacques Aymar, celebre rabdomante, arrivato a Parigi nel gennaio del 1693.

A seguito dei suoi studi il Vallemont giunge alla conclusione che all’origine del movimento della bacchetta vi è l’emanazione di corpuscoli che si elevano dalle falde acquifere, dalle miniere, dai tesori sotterranei, dalla pista dei criminali in fuga, salgono verticalmente in aria e, incontrata la bacchetta, la impregnano, facendola abbassare per renderla parallela alle linee verticali dei corpuscoli in ascesa. Egli paragona il movimento della bacchetta a quello dell’ago magnetico della bussola.[5]

La natura ha un unico meccanismo in tutte le sue operazioni e la filosofia dei corpuscoli è l’unica che possa dare ragione delle meraviglie della simpatia, e del movimento della bacchetta.”[6]

C’è però una obiezione importante che veniva usata da quanti attribuivano invece alla superstizione i fenomeni della bacchetta: se la calamita attrae sempre il ferro, perché la bacchetta gira e si inclina solo nelle mani di alcuni uomini?[7]

Vallemont risponde spiegando che mentre la calamita è la “causa totale” dell’attrazione che esercita sul ferro, i corpuscoli che si elevano dalle sorgenti e dalle miniere sono solo una causa “parziale” del movimento della bacchetta, che deve essere integrata dalla “disposizione della persona che la tiene”. I corpuscoli, cioè, agiscono esclusivamente sulle “persone sensibili”. In questo modo spiega come mai alcuni individui non riescono nell’esperimento della bacchetta.

Il tema della “costituzione straordinaria di alcuni individui” risale al De Civitate Dei di S. Agostino e al De Rerum Varietate di Gerolamo Cardano. Lo stesso Cardano infatti scrive a tal proposito:

Perché i vapori e le esalazioni sparsi nell’aria non dovrebbero fare sui corpi di alcuni uomini ciò che fanno sulle diverse sostanze … che l’aria umida penetra e gonfia in modo così evidente ai sensi?[8]

Le domande poste dal Cardano, mettono al centro, non tanto lo strumento utilizzato dal rabdomante, ma il rabdomante stesso che in molti casi, nelle vicinanze degli effluvi, è preso da febbri alte, mal di cuore, movimenti convulsivi e nausea, accompagnati da sudore e svenimenti. Il fenomeno rabdomantico non è quindi solo questione di bacchetta, ma di sensibilità di “alcuni uomini” e il suo meccanismo non è così lontano da altri fenomeni naturali che ad esso possono essere paragonati.

Anche l’abate di Vallemont, in merito alla bacchetta, arriverà alle stesse conclusioni:

La bacchetta divinatoria non è che l’organo, il veicolo e lo strumento per mezzo del quale ci si assicura della presenza dei corpuscoli che si innalzano dalle sorgenti acquifere, dalle miniere e dai passi dei criminali fuggitivi. Non ha nessuna virtù in se stessa.”[9]

Sebbene siano passati secoli dagli scritti di questi autori, molti principi a cui sono arrivati grazie alle loro analisi, sono tutt’ora validi.

Il panpsichismo e l’unità panpsichica del cosmo

Uno dei presupposti fondamentali su cui si basa la radiestesia è il panpsichismo di Pitagora, Tommaso Campanella, Gerolamo Cardano e Goethe.[10]

Poiché tutto l’Universo è composto della stessa sostanza ogni parte subisce l’influenza dell’altra che gli è naturalmente affine. In questa mutua interdipendenza, realtà della stessa natura convibrano fra di loro entrando in oscillazione per risonanza simpatica quando vengono eccitate, trasmettendo istantaneamente il loro stato di eccitazione.

L’uomo è immerso continuamente in questo infinito oceano di materia elettronica e psiconica, in perenne vibrazione od oscillazione, essendo costituito della stessa essenza, subisce naturalmente l’influenza del mezzo in cui vive, dalla nascita alla morte e da quest’ultima alla vita ultraterrestre. […]

Il primo psicone, oscillando, urta il secondo e questi il terzo e così, per una fulminea successione di urti tutti gli atomi dell’universo che hanno la medesima natura entrano in oscillazione o vibrazione simpatica[11]

La risonanza o la legge di vibrazione simpatica appare come il meccanismo fondamentale tramite il quale agisce e si trasmette la mutua influenza fra le distinte realtà presenti nel cosmo.

Partendo dal concetto del panpsichismo, per cui vi è un’intima interdipendenza fra materia e coscienza, l’unità panpsichica del cosmo spiega il motivo per cui realtà estremamente distanti ed estremamente diverse possano influenzarsi mutuamente e come sia possibile per uno sperimentatore eseguire un’indagine su un oggetto che non è presente nell’immediatezza del suo campo sensoriale.

Proprio in questa sostanziale unità, risiede pertanto la capacità del composto umano di stabilire un contatto psichico più o meno cosciente con realtà lontane nello spazio e nella coscienza. Grazie all’unità panpsichica di tutte le cose, l’uomo può infatti indagare tutte le realtà del mondo esteriore partendo da un’indagine di carattere interiore. Cioè senza muoversi fisicamente nel mondo esteriore, ma muovendosi invece nelle profondità della propria coscienza, l’uomo può raccogliere tutte le informazioni di cui necessita per conoscere la realtà, visibile e invisibile, che lo circonda.

Le informazioni relative all’oggetto di indagine, tuttavia, rimangono generalmente ad uno stato inconscio e dunque privo di utilità se non intervengono delle tecniche specifiche, capaci di stabilire una comunicazione con il subcosciente e di recuperare queste informazioni.

L’utilizzo di uno strumento nel metodo sperimentale radiestesico non ha altro scopo se non quello di rendere visibili e nel campo della coscienza, attraverso il movimento del pendolo, i messaggi provenienti dalla sfera subcosciente.

“Il subcosciente, per una decisione della volontà, si mette al servizio del pendolo, gli manda impulsi per via nervosa attraverso i nervi del midollo spinale, del braccio e delle dita fino a farlo oscillare, ruotare con un automatismo informativo matematico. Quando la subcoscienza vuol fare cambiare movimento al pendolo, il radiestesista prova nel braccio una contrazione nervosa, una piccola scossa elettrica.”[12]

Lo scopo della disciplina radiestesica infatti è quello di portare cosciente e subcosciente a comunicare in modo diretto per via intuitiva, rendendo dunque inutili gli strumenti atti a fornire un semplice supporto momentaneo.

Inoltre, anche nella fase in cui la comunicazione avviene per via indiretta tramite la codifica dei riflessi subcoscienti, è necessario evidenziare il fatto che il soggetto che dirige e compie ogni indagine è sempre l’Io.

Nel processo di investigazione radiestesica il subcosciente, infatti, risponde alle domande stabilite dall’Io. Esso stabilisce un contatto e fornisce delle risposte in relazione ad una decisione della volontà dello sperimentatore. In assenza di una volontà chiara, in assenza di domanda, in assenza di ogni azione attiva, non ha senso di parlare di indagine radiestesica.


[1] Radiestesia e rabdomanzia si differenziano solo per lo strumento utilizzato: il pendolino dal radiestesista e la bacchetta dal rabdomante.

[2] Athanasius Kircher, Magnes sive de arte magnetica libri tres, Romae, 1641.

[3] Michel Eugène Chevreul, De la baguette divinatoire, du pendule dit explorateur et des tables tournantes, au point de vue de l’histoire de la critique et de la méthode expérimentale, Paris, 1854

[4] Quando parla di fisica occulta il Vallemont intende riferirsi agli effetti accertati, reali e visibili, di “agenti invisibili”.

[5] Pierre Le Lorraine, abate di Vallemont, La Physique Occulte ou Traitè de la Baguette Divinatoire, Parigi 1709 (prima ed. Amsterdam 1693)

[6] Ibid. cap. III, pag. 40

[7] Nicolas Malebranche, celebre filosofo dell’epoca che scrive il quesito in una lettera pubblicata sul “Mercure Galant” nel gennaio 1693.

[8] Girolamo Cardano, De Rerum Varietate (1557), lib. VIII, cap. XLIII, in La magia naturale del Rinascimento, Torino UTET, 1989, pp. 85 ss.

[9] Vallemont, La physique occulte, pag. 306

[10] Tommaso Palamidessi, Le Meraviglie della Radiestesia, Quaderno di Archeosofia n°46

[11] Tommaso Palamidessi, Astrologia mondiale, Archeosofica, 1985 (prima ed. 1941)

[12] Tommaso Palamidessi, Le Meraviglie della Radiestesia, Quaderno di Archeosofia n°46

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